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NO-EXIT su www.alvisenicoletti.com

NO-EXIT è un vecchio progetto che ho presentato come conclusione del master “Into Photography and Beyond” che ho fatto all’Istituto Europeo di Design di Venezia nel 2008.

Complici tanti fattori fortuiti…
… come una serie di feste fotografate una di seguito all’altra per guadagnare qualche soldo,
una grande curiosità per il modo in cui la gente si diverte in un periodo durato 2 anni in cui non me lo sono mai concesso,
ed il desiderio-ossessione di parlare per la prima volta di qualcosa di contemporaneo, a modo mio.

Non potevo che provarci con delle foto estremamente colorate e moderne che poi sono diventate un pò il mio stile anche in altri ambienti come quello del teatro stesso, anche se tecnicamente è tutto un’altro lavoro perché questo è interamente fatto col flash.
Tuttavia in questi scatti rivedo la stessa attenzione ossessiva per l’espressione e la caccia al momento che mi contraddistinguono quando fotografo danza e teatro.

Da quel lontanissimo Dicembre 2008 ho fatto molte altre foto interessanti di questo tipo, ma considerandole “cose personali” non le ho mai viste occupato com’ero a lavorare.
A breve comincerò a selezionarle e nel frattempo ne farò di nuove, per riprendere in mano questo progetto e farne uno completamente nuovo, ancora più graffiante.

La spiegazione di questo progetto è all’interno della galleria che ho pubblicato.

Un ringraziamento speciale va ad Edward Rozzo, grande fotografo ed insegnante che ho avuto l’onore di conoscere l’anno scorso.

Mi sono lasciato coinvolgere dal suoi insegnamenti fin dal primo giorno di lezione, e grazie a questa apertura -che raramente concedo- ed al necessario tempo di maturazione sono diventati parte di me, arricchendomi in modo indescrivibile.
Ancora oggi rileggendo gli appunti ed i libri che mi ha consigliato continuo ad imparare tante cose sulla fotografia, e non solo.

Grazie Edward.

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La potenzialita che piu’ mi interessa della fotografia intesa come mezzo di espressione è quella di trasformare la realtà in qualcos’altro.
Che è, in realtà, anche la potenzialità che più mi interessa del teatro.

Quando sono entrato al Malibran quella sera di quel 3 luglio non avevo bene in mente che cosa mi aspettava ma dai primi minuti dello spettacolo mi è stato subito chiaro che stavo per vivere un’esperienza visuale unica.

Fare critica teatrale non è il mio mestiere, ed infatti voglio sottolineare che anche se l’ho apprezzato molto ho dei dubbi su svariati aspetti di questo show (come dire… per fare dell’alto teatro non basta recitare sui trampoli).
Tuttavia, scena dopo scena, non sono riuscito a trattenermi come mi ero ripromesso di fare all’ingresso… ed ho raschiato il fondo per disseppellire ogni briciolo di energia cosi’ da trarre da questa esperienza il meglio che potevo, nonostante non sapessi nulla di quello che avrei visto.
Non sono riuscite a fermarmi le condizioni di luce disastrose, gli ambienti stretti, l’attrezzatura sbagliata (credevo di vedere lo spettacolo da un balconcino a 50 metri di distanza dal palco) ed il pubblico ovunque (spettacolo itinerante) -che talvolta mi costringeva a cambiare, talvolta completava in modo bizzarro- ogni inquadratura.

Un’esperienza unica, ribadisco, quella di rivedere tanti vecchi amici trasformarsi, per due ore di spettacolo surreale, senza alcun freno ed inibizione.
Una dedizione ed un impegno che ho cercato di ripagare con il mio tentativo costante, scatto dopo scatto, di non farli sembrare chi erano ma qualcos’altro -appunto-, anche se non ho ancora ben capito cosa.

Complice una scenografia interessante curata nei minimi dettagli, nascosti qua e la’ da una mano esperta, e la sensazione pulsante di vivere in un sogno paradossale a sfondo erotico-religioso che senza quel tocco comico sarebbe risultata ridicola.
Tanto, tanto lavoro. E tanta passione.

La passione di un gruppo unico che non avevo mai conosciuto per intero, ma che ho visto muoversi (anche se purtroppo in scene troppo separate) all’unisono per creare situazioni provocatorie ed assurde.

Peccato per il sapore amaro, lasciato in bocca dal fatto di non aver potuto partecipare a quest’esperienza più da vicino, come ho fatto in altre situazioni come durante la Biennale.
Avrei potuto trarre immagini molto migliori da questo spettacolo se l’avessi accarezzato un pò prima, invece di finirci dentro come Alice-fatta-di-funghi-allucinogeni nella tana-del-Bianconiglio.
Mi auguro di esserci almeno l’anno prossimo, e spero che questo lavoro mi dia spazio per future collaborazioni -professionali e non amichevoli- con lo IUAV.

Non credo che riuscirei mai a descrivere a parole ciò che provo quando vivo queste esperienze -da cui non esco mai indifferente-, e quindi concludo dicendo che è con grande piacere che pubblico le foto di questo progetto, presentato dai ragazzi dello IUAV alla fine del laboratorio di scenografia e costume condotto da Csaba Antal.

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